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Sesta puntata del Grand Tour: tra catacombe e startup, il lavoro della Fondazione Con il Sud

(Nella foto Matera, capitale della cultura 2019)

La sesta puntata del Grand Tour è dedicata all’attività di Fondazione Con il Sud che da anni lavora per la valorizzazione dei Beni culturali del Mezzogiorno e non solo. Grande infatti anche l’impegno per i beni confiscati alle mafie. A fare il punto è Marco Imperiale, direttore generale della Fondazione.

La Fondazione Con il Sud ha dedicato al tema dei Beni culturali un forte e concreto interesse fin dalla sua nascita, avvenuta più di dieci anni fa. In questo periodo di tempo sono stati effettuati 3 diversi bandi (e il quarto è attualmente in corso) e sono state finanziate 28 diverse iniziative, per un importo complessivo di quasi 12 milioni di euro. Le attività svolte hanno coinvolto 194 diversi partner di progetto (in maggioranza enti del terzo settore).

Tutte le iniziative sostenute hanno previsto interventi di riqualificazione del manufatto e di attivazione sociale degli spazi interni al bene o circostanti. Le tipologie di attività svolte sono molto diversificate, dalla promozione turistica alla valorizzazione dell’identità territoriale, dall’attivazione di servizi a favore della cittadinanza all’avvio di esercizi commerciali: quasi sempre le iniziative prevedono il coinvolgimento attivo di soggetti in condizioni di fragilità o vulnerabilità, cercando di accompagnarne l’integrazione sociale o il reinserimento lavorativo. Il numero complessivo di persone coinvolte supera le 20 mila unità, di cui circa la metà è rappresentata da minori (inclusi in attività formative, ludico-ricreative e di sensibilizzazione) e un quarto da cittadini stranieri (inclusi in attività di integrazione socio-culturale o lavorativa).

In generale, il settore dei Beni culturali, nel più ampio ambito dei beni comuni (la Fondazione ha focalizzato con altrettanta intensità la propria attenzione sui beni ambientali e sui beni confiscati alla mafia), rappresenta un terreno fertile per la facilitazione dei processi di attivazione dei cittadini su temi di interesse comune, ossia per attivare e accelerare i percorsi che conducono all’infrastrutturazione e alla coesione sociale. In alcuni casi, questi processi possono sfociare in autonomi processi di sviluppo locale o di resilienza di grande importanza per le comunità locali: tra questi possiamo certamente annoverare gli esempi di Matera (dove una iniziativa finanziata molti anni fa dalla Fondazione è confluita in un più ampio movimento cittadino che ha portato alla candidatura come capitale europea della cultura) e il quartiere della Sanità a Napoli (dove l’intervento sulle Catacombe di San Gennaro ha innescato un processo di incubazione che oggi cerca di mutare il destino di quel caratteristico spicchio di Sud).

Gli interventi della Fondazione si caratterizzano (e sono molto apprezzati per questo aspetto) anche per la circostanza di assegnare una congrua parte delle risorse alla gestione delle attività nella fase di start up: questo, insieme alla eventuale capacità dei protagonisti di costruire modelli di intervento virtuosi sul piano economico, consente in molti casi di garantire la sostenibilità degli interventi anche dopo la fine dei finanziamenti.

Certamente abbiamo bisogno di un intervento più comprensivo e più incisivo da parte dei policy makers pubblici, in quanto essi hanno in mano potenti leve per generare risorse e opportunità molto valide. Devono però essi accettare la sfida di sperimentare nuove modalità di valorizzazione (come ad esempio quella offerta dalla Fondazione nell’attuale Bando in corso) e di assegnare al Terzo Settore e alla società civile un ruolo primario e autonomo nelle scelte di utilizzazione, cosa non sempre scontata.