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Il Sud Italia è vivo? I numeri dicono di sì ma c’è bisogno di una terapia d’urto

Discussione, confronto…. insomma qualcosa per dire se il Sud è morto o il Sud è vivo. Ci sono documenti e illustri professori che parlano di tali argomenti. Personalmente però voglio dare evidenza a  chi scrive su Econopoly, il blog ideato e gestito dal collega Alberto Annicchiarico. Su Econopoly di recente ho trovato un intervento di Francesco Bruno che spesso scrive di Mezzogiorno e della sua economia. E’ un articolo ricco di spunti e cifre: il titolo è “Il Sud nella legge di bilancio c’è ma senza un’idea di sviluppo“.

Invito i lettori di questo blog a leggere l’articolo di Bruno e a commentarlo su Econopoly o anche qui. Fra l’altro l’analista attinge anche ai dati del Bollettino Mezzogiorno a cura di SRM. Aggiungo soltanto una cosa: ho letto l’articolo e ho qualche perplessità sul fatto che il “Sud abbia bisogno di sviluppare un’economia privata che possa diminuire la dipendenza dal settore pubblico”. Quello che scrive Bruno è sicuramente condivisibile. Le mie perplessità sono relative “alla dipendenza dal settore pubblico”; è sicuramente un obiettivo a cui tendere ma non lo vedo realizzabile nel breve-medio periodo.

Buona lettura.

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  • Vitaliano D'Angerio |

    Volevo ringraziare Elio Conti Nibali, consulente storico di Fideuram, per il suo intervento sul Sud Italia. Anche io condivido l’importanza degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno ma è veramente dura fidarsi di chi deve gestire i finanziamenti. Dissento da Conti Nibali relativamente ai fondi europei: regioni come Basilicata e Puglia hanno utilizzato bene questi fondi. Sarebbe però necessaria una cabina di regia o semplicemente un coordinamento fra le regioni del Sud.

  • Elio Conti Nibali |

    I dati ISTAT relativi all’occupazione fanno il paio con il rapporto annuale dello Svimez sull’economia del mezzogiorno.
    Un’alluvione di numeri, percentuali, statistiche, grafici.
    Senza girarci troppo intorno, la sintesi finale e’ che la situazione è drammatica, che continuando così “non se ne esce”, che i percorsi seguiti negli ultimi venti anni non hanno neanche lontanamente sfiorato il problema ne’ accennato soluzioni concrete.
    Partiamo proprio dai numeri, quelli che più degli altri presentano il quadro esatto e che nessuno potrà cercare di interpretare in maniera distorta o strumentale.
    Intanto la disoccupazione, siamo a 10,9% che per chi non lo avesse chiaro significa che ci sono in giro 2 milioni e 866 mila cittadini ( già, cittadini, ricordiamolo sempre) che cercano disperatamente un lavoro qualsiasi.
    Se restringiamo l’osservazione alla fascia 25/34 anni il dato si moltiplica per tre, 32.6%, un numero drammatico che non accetta altri commenti ma inchioda alle proprie enormi responsabilità decenni di politica solo parlata e che ha distrutto il futuro di intere generazioni.
    Lo spaccato del dato sull’occupazione presenta un solo elemento in crescita, quello degli occupati a tempo determinato, più di tre milioni di lavoratori.
    Questi dati sul lavoro e sull’occupazione dicono con chiarezza che non è assolutamente possibile continuare su questa strada, i brodini non servono al malato, anzi continueranno a peggiorare una situazione quasi compromessa.
    Il rapporto Svimez se possibile aggrava le sensazioni drammatiche che stiamo condividendo, uno per tutti quello che segnala il rischio di forte rallentamento dell’economia meridionale già nel 2019, con una crescita del Pil stimata quasi nella metà di quella del centro-nord.
    Facili le conseguenti stime negative riguardo l’occupazione, ma ancor più facili rispetto la “desertificazione” giovanile del territorio che continuerà ad essere solo una stazione di partenza e senza biglietto di ritorno per la gran parte dei nostri figli.
    Proprio nel mezzogiorno quindi, dove la situazione è da tempo patologica come ricorda il presidente dello Svimez Adriano Giannola, non è cambiando modalità contrattuali che si crea lavoro. Questo può andare forse bene per territori dove l’economia tira, dalle nostre parti si riuscirà solo ad aggravare il dramma.
    Di tutti i numeri che ho letto ultimamente e che mi hanno davvero avvilito, direi di più, mortificato, uno li sintetizza efficacemente: sono 600 mila le famiglie in cui neanche uno solo dei componenti porta lo straccio di uno stipendio a casa !
    Un dato sconvolgente che ci deve interrogare tutti, e che va analizzato in un tutt’uno col fenomeno dello working poor che, come racconta Barbara Ardu’ di Repubblica, rappresenta l’opposto della dignità del lavoro, cioè le retribuzioni da fame: sono occupato ma sono povero e dovrò vivere da povero.
    Ci sono soluzioni allora che non siano pannicelli caldi ?
    Gli investimenti privati e’ dimostrato che non bastano.
    Andrebbero invero incoraggiati con una seria politica che vada verso una reale sburocratizzazione, che snellisca davvero e tolga potere ai “signori del tempo perso” (cit. Giavazzi e Barbieri); bisognerebbe fare della lotta alla corruzione non uno slogan ma un principio prioritario.
    Ma non bastano i privati.
    Abbiamo bisogno di investimenti pubblici, diciamolo con forza.
    E di una classe dirigente che non sia come quella che la spesa, soprattutto nel sud, l’ha sperperata dagli anni 80 in avanti, o non l’ha saputa intercettare o utilizzare come sta avvenendo dal 2000 in poi col triste spettacolo dei fondi europei rimasti nelle casse invece che contribuire a creare occasioni di riscatto.
    Prioritaria una politica che cambi l’oggetto del ragionamento, non limitandosi a correggere l’esistente che non ha dato alcun risultato sostanziale.
    In un contesto europeo che ci dimostra continuamente come si possano raggiungere obiettivi importanti se si possiedono le capacità: la Spagna negli anni 80 era molto più povera di noi, oggi ci sopravanza nettamente, l’Irlanda, paese di pastori fino a qualche decennio fa, oggi ha il doppio del nostro reddito pro capite.
    Occorre un colpo di reni straordinario, occorrono persone con la schiena dritta che abbiano il coraggio di rischiare anche a scapito del consenso immediato per dare vere risposte all’incredibile potenziale che il nostro capitale umano e’ in grado di esprimere.

    Elio Conti Nibali

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