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Vibo Valentia, l’imprenditore che denunciò la ‘ndrangheta e il rischio reputazionale dello Stato

Leggo oggi sul Corriere della Sera a firma di Federico Fubini la storia di Salvatore Barbagallo, imprenditore di Vibo Valentia, che 8 anni fa ha denunciato esponenti del clan Mancuso. Oggi, Barbagallo ha perso tutto, fa il badante, vive della carità della Chiesa e del Banco Alimentare e non ha ancora ricevuto un euro dei fondi antiracket.  Per essere ascoltato dalla commissione antimafia si è dovuto stendere sul selciato della piazza del paese di Limbadi, in provincia di Vibo: a quel punto, racconta Fubini, la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi si è fermata e ha parlato con lui.

Vorrei chiedere: ma in che Paese viviamo? Se un imprenditore onesto viene trattato dalla giustizia (il processo a Vibo è fermo da anni) e dai ministeri in questo modo, ma chi avrà ancora il coraggio di denunciare i mafiosi? Si chiama “rischio reputazionale”: non solo le aziende ma anche lo Stato deve tenerne conto. Il comportamento di Barbagallo dovrebbe essere la normalità e invece sono 8 anni che aspetta i fondi antiracket.

Ieri a Milano c’era il gesuita Giovanni Ladiana: vive e lavora a Reggio Calabria, è fra i promotori del movimento anti-ndrangheta  “Reggio non tace”, e ha presentato il libro autobiografico “Anche se tutti, io no”. Uno tosto di cui ho già scritto su questo blog: ecco, vorrei tanto che gli amministratori locali calabresi, e pure qualche politico nazionale, andassero a lezione da lui per imparare come si combatte la ‘ndrangheta. O forse sarebbe sufficiente leggersi il suo libro.